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Noi siamo ciò che mangiamo

“Ohhh…che mal di testa… Oggi al lavoro è stato un delirio! Sono così arrabbiata!!”

Vi è mai capitato? Sapete cosa vi è successo?

Un disguido sul lavoro, un fatto esterno al vostro corpo, legato all’ambiente che vi circonda ha provocato un dolore fisico. E’ entrato nel vostro corpo e ha scatenato una reazione negativa.
Non siete anormali. Non siete particolarmente suscettibili alle arrabbiature.
Siete dei perfetti esemplari della PNEI. E’ un acronimo dal vago sapore greco. Sta per Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia. Una parola pazzesca, lunghissima, di quelle che piacciono tanto agli studiosi di alto livello; tradotta significa che noi siamo sospesi su una rete, un intreccio di fili, alcuni reali (il nostro corpo formato da cellule e tessuti) e altri intangibili (i nostri pensieri, le sensazioni che proviamo, i sentimenti). Su questa rete si modellano i nostri organi e l’ambiente che ci circonda. Formano un tutt’uno. Se qualcosa fuori non va, non passerà molto tempo prima che inizi a farci male la testa, lo stomaco o altro.

Se un evento esterno, ambientale, che ci tocca solamente dal punto di vista emotivo può avere un tale effetto sul nostro fisico, cosa pensate possano fare gli alimenti che ingeriamo, che entrano nel nostro corpo?  Nell’arco di una vita arrivare a mangiare anche 60 tonnellate di cibo.

Ma cos’è il CIBO?

Dipende. Per noi occidentali è ogni sostanza, sia solida o liquida, che ha una funzione nutritiva, energetica, strutturale, regolatrice o protettiva.

Nell’Antica India tutto è considerato nutrimento:

  • La musica che ascoltiamo
  • Ciò che osserviamo
  • Ciò che tocchiamo
  • Ciò che desideriamo
  • Ciò che pensiamo
  • Le emozioni che proviamo
  • Gli amici, i parenti, i compagni
  • E anche ciò che mangiamo con la bocca

Molto più poetico, vero? Ma in effetti è corretto: tutto quello che fa parte della nostra vita è alimento, entra dentro di noi per svolgere la sua funzione, positiva o negativa.

In quest’ottica, mangiare non vuol dire soltanto sedersi a tavola e divorare tutto quello che abbiamo davanti; mangiare significa mettere dentro al nostro corpo pezzi di realtà, pezzi di mondo esterno, con il loro carico di vissuto, di esperienze positive e di dolori. Ingoiandoli diamo il via al processo che li rende parte di noi: entrano nella nostra carne e circolano nel nostro sangue.

Quindi è vero quello che diceva il filosofo tedesco Feuerbach nel 1800: “Noi siamo quello che mangiamo”.

Il problema è che anche il mangiare è fortemente influenzato dalle emozioni: l’ansia, la rabbia, l’inquietudine vengono parzialmente sedate mangiando voracemente una notevole quantità di “schifezze”. Gli alimenti grassi, eccessivamente dolci o salati, attivano le endorfine, esattamente come quando ridiamo di gusto o ci facciamo le coccole. Quando il cibo assume sempre più il significato di premio, diventa una droga. Per curare la dipendenza dal cibo non basta ridurne la presenza sulla tavola. Occorre eliminare gli stress, le sensazioni negative, siano esse nell’ambiente che frequentiamo o nel cibo che mangiamo.

Per quanto riguarda il mondo esterno, dobbiamo imparare a pensare positivo, a circondarci delle persone giuste, capire quali sono le nostre qualità, le cose che ci rendono unici e valorizzarle al massimo.

Per quanto riguarda il cibo, dobbiamo stare attenti a quello che mangiamo. Pensiamo a un allevamento intensivo di polli. Questi poveri animali non hanno mai visto la luce naturale del sole da quando sono nati, sono costretti a vivere tra i loro escrementi. Sono bombardati di antibiotici ma, nonostante questo, il 90% di loro è malato. Non possono muoversi: sono gonfi  di ormoni ma non hanno muscolo sano, sviluppato normalmente. Se abbiamo nel piatto una loro coscia cosa stiamo mangiando? Se per tutta la sua (breve) vita il pollo ha avuto male alle zampe, cosa succede quando le mangiamo?

Il cibo cura, rafforza, riequilibra, sostiene, depura solo se scelto e combinato nel modo giusto. E lo stesso vale per le persone che scegliamo di metterci intorno, per la vita che decidiamo di condurre, per ciò che lasciamo abbia un’influenza sul nostro umore.

Amira

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